Artist: Ermes Pirlo - Paolo Biasi - Emanuele Maniscalco     Album: Bellow's Training     Label: nBn     Code:

Bellow's Training

  • Bellow's Training

  • Ermes Pirlo - Paolo Biasi - Emanuele Maniscalco

  • 02 January 2015

  • iTunes, Jazzos, nBn

  • No covers downloadable for Guests

No tracks downloadable for Guests

  • Total views : 2969

  • Today views : 4

  • Created on : 02 January 2015

  • Total songs : 10

  • Total comments : 0

  • From: nBn

Press Release

 

ARIA FRESCA ALLA CORTE DEL MANTICE
di Emanuele Maniscalco

 

La fisarmonica è un tasto delicato nel jazz e nell’improvvisazione. In qualche modo considerata meno sofisticata del suo enigmatico parente, il bandoneon, ha dovuto lottare per conquistarsi la stessa reputazione di strumenti come il piano o l’organo (e tutti i loro derivati elettronici, malgrado la fisarmonica possa essere a sua volta considerata un organo tascabile). I puristi dello strumento di Piazzolla solitamente non vogliono immischiarsi in nessun modo coi fatti della fisarmonica, richiamando alla memoria l’interminabile (e fastidiosa) discussione tra batteristi e percussionisti. Il bandoneon ebbe a suo tempo la fortuna di avere un ambasciatore come il compianto Astor, che l’elevò a status di strumento classico (condannandolo allo stesso modo a un’imperitura associazione al proprio linguaggio di compositore). La fisarmonica non ebbe lo stesso trattamento; il “marchio” popolare è una costante per il fisarmonicista. Poco male: trovo che questa tensione drammatica e un po’ cruda, quando affrontata con coscienza, sia una delle peculiarità più interessanti di questo strumento. Ad ogni modo, molti dei fisarmonicisti degli ultimi cinquant’anni (specialmente provenienti dall’Europa del sud, dove questo strumento ha una tradizione forte e antica), stimolati dal linguaggio del jazz, hanno sentito l’urgenza di ri-codificare il proprio fraseggio, concentrandosi sui cliché armonici e melodici dei jazzisti, specie sassofonisti. In breve, hanno provato a estendere la tecnica dello strumento - malgrado le sue possibilità di ornamentazione fossero già molto ricche per tradizione - istituendo una nuova letteratura strumentale fondata sul superamento dei limiti tecnici, affinché il tutto suonasse sempre più “avanzato”. Questo è quanto una buona parte dei fisarmonicisti di jazz tende tuttora a fare, e personalmente lo trovo un po’ troppo kitsch.

Ermes sceglie di lavorare più sul timbro e la polifonia - grazie alla sua esperienza nei linguaggi contemporanei e nell’improvvisazione libera - distillando frasi che sono quasi più reminiscenze della musica sacra che del bebop. Essendo un ex-sassofonista egli stesso, sembra che egli sapesse che avrebbe cercato qualcosa di diverso nel passare alla fisarmonica, e si sente.

Paolo ed Ermes sono miei amici di vecchia data. Posso affermare con certezza che per loro la musica è una necessità. Hanno iniziato a pensare a questo progetto alcuni anni fa, come duo, sperimentando e condividendo idee a cadenza settimanale, per mesi. Entrambi provengono da un approccio molto aperto alla musica e non hanno alcun riguardo a mischiare generi e tradizioni, dalle radici latine più viscerali a Shostakovich, passando dal prog inglese e dal minimalismo.

Inizialmente, dall’esterno questa loro nuova avventura mi appariva più come un laboratorio di composizione che come un pretesto per la concertazione: un luogo privilegiato dove potersi concedere ogni sfizio nella scrittura, senza badare troppo alla direzione complessiva del lavoro, al cosiddetto risultato finale. Naturalmente mi sbagliavo. Molti dei brani che compaiono in questo disco sono nati come semplici bozze, che si sono lentamente trasformate in composizioni più complesse: Paolo ed Ermes provavano ogni passaggio e dettaglio con una cura certosina guidata dall’intuito, sviluppando una sensibilità comune e una forte interazione, anche strumentale. Niente teoria, solo ricerca del suono giusto, proprio come i gruppi veri. 

Quando decisero di aggiungere la batteria al loro duo e mi chiesero di entrare a farne parte, mi sentii eccitato e messo alla prova dalla proposta. Era possibile servire questo loro intento ambiguo, ambizioso e delicato, senza invadere il loro spazio, specialmente nelle escursioni dinamiche? Provai a non pensarci troppo e accettai il loro primo ingaggio in un piccolo bar di Brescia, sospendendo
il giudizio per un po’ di tempo: comunque fosse andata, non ci sarebbero state rimostranze
, siamo sempre stati e siamo tuttora molto sinceri tra noi. 

Invece, fui spazzato via dalla musica, e fu anche molto naturale per me trovare il mio posto in questo equilibrio. Il resto della storia è l’album che avete tra le mani proprio adesso.

O meglio, ne è solo un capitolo. 

 

 

 

FRESH AIR IN THE COURT OF BELLOW'S

by Emanuele Maniscalco

Accordion is a difficult matter when it comes to jazz and improvisation. Sometimes considered less sophisticated than its enigmatic peer, the bandoneon, it had to strug­gle hard to achieve the same reputation as other esta­blished keyboard instruments like the piano or the organ (and all the related electric/electronic devices inspired by them – though the accordion could be regarded as a pocket organ). Hard-core critics of Piazzolla’s instrument usually do not want to mess with the accordion in any way, somehow reminding me of the never-ending (and annoying) discussion between drummers and percus­sionists. The bandoneon only had the luck to have an ambassador like the late Astor, who elevated it to the status of a classical instrument (and also condemned it to an eternal association with his language). Accordion did not experience the same treatment. The “folk tra­demark” is a constant issue for the accordion player. In my opinion, this dramatic, raw tension, when embraced consciously, is one of the most interesting peculiarities of the instrument. Anyway, most accordionists of the past fifty years (especially from Southern Europe, whe­re this instrument has a very strong and old tradition), triggered by the jazz language, felt the need to re-codify their phrasing, focusing on melodic/harmonic clichés as approached by jazz players, especially saxophonists. In a nutshell, they tried to extend the instrument’s technical range - even though the virtuosic possibilities within ornamentation were already very rich - and to establish a new literature by overcoming technical limits, in order to sound more “advanced”. This is still what most jazz accordionists tend to do, and I personally find it a bit too kitsch. Ermes chooses to work more on timbre and polypho­ny - thanks to his deep excursions within contemporary languages and free improvisation - distilling phrases which are almost more reminiscent of church music than bebop. Being a former saxophonist himself, it seems he knew that he would go for something different when he took up the accordion, and I can definitely hear it. Paolo and Ermes are longtime friends of mine, and I can say that they experience music as a necessity. They started working on this project as a duo several years ago, experimenting together and sharing ideas on a weekly basis, for months on end. Both come from a very open-minded approach to music and they are not afraid of melting genres and traditions, from sensuous Latin roots to Shostakovich, going through British prog and minimalism. At first, this collaboration between them looked like a composition workshop more than a real performing band to me: a privileged place where one’s compositional cra­vings could be indulged without bothering too much about the final result. Obviously, I was wrong. Most of the pieces featured in this record were born as simple sketches which slowly turned into more extensive com­positions after the two rehearsed each detail again and again with painstaking care, hence developing a com­mon sensitivity and a strong interaction. No fuss over theoretical issues, just go for the right sound. Just like real bands. When they decided to add some drums to their con­stellation and asked me to join, I felt both thrilled and challenged by the proposal. Was it possible to serve their ambiguous, ambitious and delicate purpose, without sounding redundant by taking too much space, especial­ly in the dynamic range? I tried not to take this problem too seriously and accepted the first gig in a little bar in Brescia, suspending every judgement for some time (no hard feelings in any case, since we have always been very straightforward with each other, and we still are). Instead, I was blown away by the music, and it also felt very natural for me to find my spot. The rest of the story is the album you have in your hands now.. I mean, a chapter of it.

 

 

Track List

1. Simon Demon Pirlo

2. Bellow's Training Pirlo-Biasi

3. At Sloppy Joe's Pirlo-Biasi-Maniscalco

4. U07 Pirlo

5. Baal Pirlo-Biasi-Maniscalco

6. Teruel Biasi

7. El Cochecito Pirlo-Biasi-Maniscalco

8. Quarta Casa Pirlo

9. Rage Room Pirlo-Biasi-Maniscalco

10 Fable  Pirlo-Biasi-Maniscalco

 

Personnel

 

Ermes Pirlo - accordion

Paolo Biasi - electric bass

Emanuele Maniscalco - drums, pump organ on track 5

 

Recording Data

 

Recorded on December 17th, 2012 and mixed during January 2013 by Marco Tagliola at Perpetuum Mobile, Nave (Italy)Mastered during July 2013 by Giovanni Versari at La Maestà, Tredozio (Italy)

Produced by Ermes Pirlo and Paolo Biasi

Executive Producer Carlo Alberto Canevali

Cover by Marta Pirlo

Liner photos by Emanuele Maniscalco

Print Layout by Massimiliano Sorrentini

Ermes & Paolo would like to thank Emanuele for his playing, enlightening and wardrobe Ermes would like to thank Mr. Simone Zanchini (Simon Demon is inspired by his “Moreddu”)

Contact: ermespirlo@libero.it 

 

 

More Albums From nBn